Si dice che la musica sia l’arte di esprimere l’inesprimibile, quel linguaggio segreto che inizia dove le parole finiscono e il silenzio diventa troppo pesante da portare da soli.
Ho camminato per anni con questa verità cucita addosso, dopo quel lontano 12 febbraio 1994, il giorno in cui le mie dita hanno sfiorato il pianoforte per l’ultima volta su un palco.
Un evento, pesante come un macigno, mi ha fermato, costringendomi a chiudere, ma non a spegnere, quella parte di me.
Per molto tempo, mi sono avvicinato alla tastiera come un estraneo, con la timidezza di chi bussa alla porta di un vecchio amore che teme di disturbare.
Perché lo strumento non si suona soltanto: ti deve entrare nella pelle, deve fondersi con le ossa e diventare tutt’uno con l’anima.
Se lo tocchi da lontano, se non sei un corpo solo con lui, la magia non accade.
E per anni, ho preferito il silenzio a un suono che non fosse pura verità.
Ma la passione è un fuoco che cova sotto la cenere.
Ho continuato a cantare, a cercare la gioia nelle note, finché, un anno e mezzo fa, l’urgenza di dire “Ti voglio bene” è diventata più forte di qualsiasi timore.
Ho iniziato a scrivere non solo canzoni, ma lettere d’amore in musica, destinate a chi abita le stanze più luminose del mio cuore.
La prima melodia è nata per Aurora, mia figlia, “La luce di Rorò”.
Non mi bastava più cantare per lei le parole di altri, volevo donarle le mie, cucire su misura per lei un abito di note che raccontasse l’immensità del bene che le voglio.
Tre canzoni, tre istantanee di pura felicità, per immortalare la gioia di averla nella mia vita.
Poi c’è mia moglie, l’architrave della mia esistenza.
Per lei ho scritto quattro brani, raccogliendoli sotto il titolo “Accordatore di anime”.
Perché è questo che lei fa: come un maestro liutaio, con la sua sensibilità innata e la sua professione, accorda i cuori scordati e le menti confuse, riportando armonia dove c’era disordine.
Lei è un tutt’uno con la vita stessa, e non potevo non celebrare questo miracolo quotidiano.
Tra le righe di questo pentagramma, c’è anche uno spazio sacro dedicato all’amicizia.
Ho scritto una canzone per un uomo che è stato prima un collega, poi un amico fraterno.
Lui non calpesta più questa terra, se n’è andato altrove, ma non ha mai smesso di abitare la mia testa.
È una presenza costante, un pensiero fisso che sfida l’assenza fisica.
Per lui ho tessuto una melodia che è un ponte invisibile, un modo per dirgli che finché la mia musica suonerà, il ricordo di ciò che siamo stati non conoscerà silenzio.
Il mio cuore batte forte anche per chi non ha voce.
Ho scritto “Melodia di Speranza” per gli animali, creature pure che amo profondamente.
È nata da una notte di pioggia e dolore, su una strada buia, dove ho incrociato lo sguardo di un cane ferito che chiedeva aiuto.
Non ho potuto fermarmi subito, e quando sono tornato indietro, lui non c’era più.
Quell’assenza, quegli occhi imploranti visti per un istante, mi hanno segnato nel profondo.
Ancora oggi, la notte porta con sé il fantasma di quello sguardo e la paura di non poter proteggere chi è fragile.
Quella canzone è una preghiera laica per tutte le anime innocenti.
Ho dedicato note anche alle mie radici, ai miei genitori che non ci sono più.
Per mio padre, ho scritto di una canzone che cita un pezzo di testo che dice “amore mai astuto”; potrebbe sembrare un errore ma non lo è.
Rappresenta un amore puro di figlio, contrapposto a quello falso e interessato che ho visto ronzargli intorno nei suoi momenti più bui.
In tutti i brani, molti, sono versi che posso capire solo io, licenze poetiche nate dal dolore e dall’amore, ma che racchiudono la verità nuda dei legami.
Tutto questo lavoro, questi tredici brani musicati, non sono nati per la gloria o per il denaro.
Non cerco palcoscenici o applausi.
Questo album è un testamento emotivo, un’eredità di sentimenti che lascio a chi amo.
Se domani non ci sarò più, queste canzoni parleranno per me.
Diranno tutto quello che ho pensato, sentito e vissuto, senza filtri.
È un percorso imperfetto, certo.
Ci sono errori, sbavature, parole che a volte sembrano inciampare.
Ma va bene così.
Ho deciso che la perfezione non conta quanto l’autenticità.
L’importante è che il messaggio arrivi, profondo e sincero, come una freccia scoccata dritta al cuore.
Ho ripreso a “giocare” con la musica, ma è un gioco serio per la mia vita.
Non faccio nulla senza un’ispirazione profonda, senza quella spinta interiore che mi obbliga a tradurre l’indicibile in suono.
E ora, con “Melodia di speranza” e tutto il resto, spero solo che chi ascolta possa immedesimarsi, sentire anche solo un frammento di quella vibrazione che mi ha attraversato.
Questo sono io, oggi.
Un uomo, che ha trasformato le sue cicatrici, i suoi amori e le sue memorie in accordi, lasciando al mondo non un monumento di pietra, ma un soffio di vita in musica.




